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Fuga di cervelli dall'Europa
Da una decina di anni una nuova terminologia più enfatica si è diffusa nel management delle risorse umane. Sostituisce quella dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato ed è tanto più eccessiva quanto è più lontana dalla realtà professionale, dalle competenze necessarie, dalle prospettive occupazionali.
Sicchè l'agenzia del lavoro intermittente e a bassa qualità non esita a presentarsi con "Tu hai il talento, noi abbiamo il lavoro", il direttore del personale della compagnia assicuratrice dichiara che intende assumere come produttori d'agenzia "Laureati con alto potenziale, che parlino almeno due lingue straniere" e il giornalista loda l'innovazione della "piccola imprenditoria individuale di servizi".
La lotta per trovare lavoro e conservarlo è asperrima tra alti potenziali, talenti e cervelli pronti a tutto, in un'orgia di flessibilità e carriere nomadi, a significati rovesciati, degni della formica rossa di "Alice in Wonderland".
C'è da stupirsi che l'Italia partecipi in prima fila alla fuga dei cervelli, che minaccia l'Europa?
Si parla naturalmente dell' emigrazione dei lavoratori altamente qualificati verso gli USA, il Canada e l'Australia, dove le aziende, lo Stato e i Centri di ricerca investono in R&D, i ricercatori sono riconosciuti e possono ottenere risultati (Più investimenti industriali per R&D nel 2005).
Alla fuga dei cervelli dall'Europa dei 15 e alla riduzione delle sue capacità d'innovazione e di adozione tecnologica è dedicato l'ultimo numero di "Regards Economiques", la pubblicazione degli economisti dell'Universitè Catholique de Louvain. Ospita un saggio di Frédéric Docquier, professore in questa università e di Abdeslam Marfourk, ricercatore a Bruxelles. I due fanno un bilancio sintetico della posizione europea negli scambi mondiali di manodopera qualificata e valutano le conseguenze della mobilità internazionale del suo capitale umano sullo sviluppo economico e sociale.
"Quando i lavoratori qualificati lasciano i loro paesi esportano non solo la loro produttività individuale, ma anche il know how degli enti in cui si sono formati. Bisogna aggiungere inoltre il costo che ha sopportato la collettività per la loro educazione".
Rifacendosi ad un loro studio fatto per conto della Banca Mondiale, Docquier e Marfourk hanno calcolato che nel 2000 l'UE15 ha perduto per emigrazione verso il resto del mondo 150 mila diplomati superiori, lo 0,1% della popolazione di età superiore ai 25 anni. Ha compensato tale perdita con l'immigrazione di persone qualificate provenienti dai paesi in sviluppo. Il saldo è stato prossimo allo zero. Ma gli USA hanno avuto un 5,4% di tale popolazione in più, il Canada il 10,7% e l'Australia l'11,3%. Inoltre gli immigrati in Europa sono stati poco selezionati.
Il saldo complessivo non è stato molto vantaggioso. L'UE15 nel 1999 ha prodotto il 15% in più di laureati e dottorati in materie tecnico-scientifiche degli Stati Uniti, ma il numero di ricercatori nelle stesse materie è stato il 5,36 per mille persone attive contro l'8,66 degli USA e il 9,72 del Giappone.
Nel 2003 l'americana National Science Foundation annotava che 161 mila laureati e 37mila 200 dottorati erano originari della Francia, della Germania, del Regno Unito e dell'Italia.
L' Office Immigration registrava che l'8% dell'immigrazione qualificata americana (29.760 lavoratori specializzati) era originaria dell'UE15, con un incremento rispetto al biennio precedente. 2031 provenivano dall'Italia.
I due economisti concludono che il rischio per la crescita dell'Europa è forte, se non si selezionano gli immigrati qualificati e non si rendono più attraenti le occasioni d'impiego per i cervelli locali.
